venerdì 25 agosto 2017

Catania: dalla memoria nasce l'accoglienza


Lo scorso 10 agosto a Catania commozione, silenzio e tanta gente davanti alla targa all'ingresso dello stabilimento Lido Verde di Catania, che ricorda il tragico naufragio di 4 anni fa, quando un barcone di migranti si arenò a poche centinaia di metri dalla costa provocando la morte di sei giovani egiziani. Da quel momento nacque la vocazione dei giovani catanesi all’accoglienza. Infatti furono proprio i giovani di Sant'Egidio ad accogliere chi arrivò vivo e porgere un fiore sui corpi di chi era “morto di speranza”. Sebastian Intelisano che ha introdotto il ricordo, ha voluto ribadire l’importanza della memoria per ogni società, spiegando come la memoria è una delle vette più alte di #tregiornisenzafrontiere, la manifestazione che dal 9 all'11 Agosto ha coinvolto oltre mille giovani.
 Il Vicesindaco di Catania, Marco Consoli, ha raccontato quanto questa città rimane umana davanti alle tragedie e continua ad accogliere, mentre Dario Monteforte, proprietario del Lido Verde, che nel 2013 chiuse lo stabilimento balneare in segno di lutto, ha mandato il suo messaggio di speranza ai giovani. A concludere Emiliano Abramo che ha voluto ripercorrere quel 10 Agosto 2013 citando le parole di don Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. E ha invitato a "svuotare il mare dall'odio e dall'indifferenza".


mercoledì 23 agosto 2017

L'accoglienza al Memoriale della Shoah

Dopo il racconto di Roberto Mahlab sulle "stelle cadenti", pubblicato lo scorso 21 agosto, torniamo a parlare del Memoriale della Shoah di Milano: un luogo che grazie alla collaborazione tra Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Milano combatte l'indifferenza con l'accoglienza. Nel luogo dove durante la seconda guerra mondiale partivano i convogli per Auschwitz, trovano ospitalità circa 50 minori non accompagnati, giunti recentemente in Italia. L'edizione milanese de "La Repubblica" racconta la storia di uno degli ospiti del Memoriale della Shoah.

"La Repubblica", edizione di Milano – 21 agosto 2017
di Rita Dazzi

Dejen, dodici anni in cerca di un sogno
“Fatemi raggiungere la famiglia in Olanda”
 
E’ fuggito dall’Eritrea, da solo vagava in Centrale e ora è diventato la mascotte del rifugio al Memoriale della Shoah

Ha solo dodici anni e un sogno in testa, Dejen. Senza genitori e senza soldi, è scappato dal suo paese, l’Eritrea. Ha attraversato il deserto, la Libia, il mare, l’Italia, ed è arrivato a Milano. Alla stazione Centrale. E da qui voleva ripartire per andare in Olanda, dove vivono alcuni parenti. Non lo ferma nessuno. Dejen, dodici anni e il cuore pieno di paura. Da una settimana dorme al Memoriale della Shoah di via Ferrante Aporti, dove è in corso per il terzo anno consecutivo il progetto di accoglienza notturna gestita in collaborazione da comunità di Sant’Egidio, comunità ebraica, chiesa anglicana e diverse altre realtà con oltre 250 volontari che si danno il cambio. Ogni notte sono 50 posti letto e non ne resta mai libero uno, anzi, in diversi restano per strada, come spiega Stefano Pasta che per Sant’Egidio è uno dei coordinatori dell’iniziativa, grazie alla quale in un mese oltre mille persone sono state accolte per la notte. Chiuso l’hub comunale di via Sammartini, questo è l’unico ricovero al coperto nella zona della stazione rimasto a disposizione di chi viene vomitato fuori dal grande ventre della Centrale. Fra questi, tantissimi bambini: nove su dieci di quelli che ottengono il posto non hanno compiuto 18 anni. Sono “minori stranieri non accompagnati”, come li chiama la burocrazia, con la sigla “Msna”. Fra loro, la mascotte è proprio Dejen, il più piccolo fra i ragazzini che dormono al Memoriale, che sorge sopra al Binario 21.
Con le poche parole di inglese che conosce il bambino ha spiegato la sua storia ai volontari di Save the Children che operano al Memoriale. – La mia mamma e il mio papà sono scappati de anni fa. Sono andati in Arabia Saudita perché sono oppositori del regime che governa l’Eritrea. Mi hanno lasciato con una zia. Io per un po’ sono stato lì, sperando che loro tornassero, ma il tempo non passava mai, era infinito e loro non tornavano-, ha raccontato.
Da qui la decisione, presa come un adulto, di scappare dal Paese governato da 1993 dal dittatore Isaiah Afewerki. –fra poco compirò 13 anni, se fossi rimasto in Eritrea sarebbero venuti a prendermi per arruolarmi nell’esercito – spiega il piccolo ai mediatori – e dopo non avrei mai più rivisto i miei genitori. L’unica soluzione era andarmene -.

Solo la forza della disperazione può aver spinto questo ragazzino alto e magro, come lo sono spesso gli eritrei, a macinare chilometri e chilometri, per arrivare al barcone che dalla Libia lo ha portato a Lampedusa, un mese fa. Non si sa a chi si sia unito e dove sia finita la zia a cui era affidato. - Di certo alla stazione di Milano girava da solo. Di giorno al centro di Save the Children, di notte al Memoriale – racconta Stefano Pasta -. Aveva una ferita ad una gamba, chissà come procurata, e una brutta infezione. Lo abbiamo convinto ad andare all’ospedale, lo hanno trattenuto qualche giorno per curarlo. Ancora adesso sta prendendo l’antibiotico ma sta dormendo da noi, come altre decine di minori africani senza famiglia -. E’ l’estate dei bambini soli alla Stazione. Così tanti in questi ultimi mesi, che il Comune sta facendo molta fatica ad accoglierli tutti, nelle comunità protette, come chiede la legge. Nell’ultimo rapporto dell’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino si parla di 135mila migranti transitati e “accolti” anche solo per pochi giorni a Milano dall’ottobre 2013 al mese di luglio scorso. Di questi 25.273 sono minori senza famigliari, come Dejen. Di questi “bambini di guerra”, oggi 690 sono sotto tutela del Comune: 609 in comunità, 30 in affido e 51 nei “Cas”, centri d’accoglienza straordinaria. Anche Dejen è destinato a finire in una di queste strutture: - Abbiamo segnalato a Pronto intervento minori la sua situazione e aspettiamo che trovino un posto per lui – continua Pasta -. Siamo appena riusciti a far spostare in comunità altri sei ragazzini che abbiamo strappato alla strada. Qui stanno bene, ma è una sistemazione provvisoria, d’emergenza -. Chi vede Dejen tutti i giorni, racconta che il morale del bambino è buono e che la ferita alla gamba sta guarendo. Per Dejen poi si aprirà – lui lo spera, almeno – un altro capitolo. Quello della “relocation” che è il trasferimento legale e accompagnato dallo Stato in un Paese della Comunità Europea, nel suo caso l’Olanda, dove abitano i suoi parenti. Sono già 462 i migranti che a Milano hanno usufruito di questo “ricollocamento”, 172 solo nel mese di luglio. - Lui parla solo della sua famiglia, del suo sogno di arrivare nel paese dei tulipani per ricongiungersi con le sue radici. I suoi genitori, in Arabia Saudita, secondo le informazioni raccolte dalle Ong, stanno raccogliendo i soldi per completare il loro viaggio, raggiungendo anche loro l’Olanda. Dove potranno riabbracciare Dejen.

lunedì 21 agosto 2017

"Guarda, le stelle cadenti..."

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto da Roberto Mahlab. L'autore, della Comunità Ebraica di Milano, partecipa al programma di accoglienza di oltre 40 minori non accompagnati da poco giunti in Italia, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio al Memoriale della Shoah, presso la Stazione Centrale di Milano.

"Guarda, le stelle cadenti..." 

"Sono bambini!", ho esclamato sorpreso rivolto verso l'amica antropologa Maryan Ismail che ho accompagnato al Memoriale della Shoà tre sere fa. Erano in fila, il primo era appoggiato allo stipite del portone dell'ingresso laterale a fianco del Memoriale, gli altri in fila appoggiati alla spalla di chi era di fronte. "E' un gesto che proviene dalla loro cultura, appoggiarsi l'un l'altro significa proteggersi l'un l'altro", mi ha spiegato Maryan. 

"Il primo ha tredici anni, l'età massima è di 17 anni, provengono dall'Eritrea, sono cattolici e cristiani copti, le famiglie li fanno scappare per evitare loro di essere arruolati a forza e a vita a qualsiasi età nelle milizie del tiranno del paese", è intervenuto uno dei responsabili, "alcuni hanno superato prove terribili, i genitori puniti dal regime, il commercio dei reni, le torture. Il buco nero è la Libia, l'imbarco finale dei disperati".

"Dunque ottengono l'asilo politico in Italia?", chiedo.

"Le autorità studiano ogni singolo caso a parte, il dettaglio legale è che non è ufficialmente una zona di guerra, all'inizio vengono considerati sotto il termine di 'profughi minori non accompagnati', una volta arrivati in Italia con i barconi vengono riconosciuti uno ad uno e poi inviati nelle diverse località del nostro paese prescelte per una prima accoglienza umanitaria e tra esse il Memoriale", le parole vengono coperte dal rimbombo del passaggio di un treno sui binari sopra il Memoriale. 

La Comunità di Sant'Egidio, la Fondazione del Memoriale e la Comunità ebraica di Milano, spronati dalle parole di incoraggiamento di Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoà, stanno gestendo questo impegno con fondi provenienti da privati, anche se con la collaborazione delle istituzioni locali. Prima che il portone si apra per l'ingresso dei ragazzi, i volontari preparano tavoli e sedie per la cena e le brande per la notte. Il centro è formato da piccole sale e alcuni corridoi staccati dal grosso del Memoriale, una specie di dependance che non disturba in alcun modo le attività diurne di ricevimento dei visitatori.

Arriva un furgone all'esterno da cui vengono scaricati grandi contenitori che contengono il cibo fresco preparato da un ente associato. Li prendono in consegna i volontari e li portano all'interno della piccola struttura.

"Quest'anno abbiamo già avuto cento volontari, mille in tutto l'anno scorso, sono settemila i profughi che abbiamo ospitato per brevi periodi in tre anni".

Si apre il portone e i volti dei ragazzini fanno capolino, silenziosi, la perfetta organizzazione li registra, utilizzando i dati riportati su un bigliettino di cui ogni ragazzo è fornito e poi lo invita ad accomodarsi ai tavoli su cui i volontari stanno posando la cena.
"Se non fossero accolti qui, dove mangerebbero e dormirebbero?" chiedo, "Non mangerebbero e dormirebbero per strada", è la risposta.

Mentre i ragazzi cominciano a sedersi con grande ordine ed educazione ai tavoli, Maryan mi porta a vedere il resto del centro, il corridoio con le brande per gli uomini, quello separato per le donne, le zone dei servizi che brillano di pulizia.

Quaranta ragazzi insieme farebbero rimbombare di grida e risate qualunque luogo, ma quei ragazzi sono silenziosi, a testa bassa consumano il cibo, affamati, un cibo buono, si nota che è fatto da persone che vogliono essere apprezzate, il pollo e il riso, i ragazzi annuiscono soddisfatti e alcuni si alzano per prendere delle pesche al bancone. 

Maryan viene chiamata fuori, mi dice di seguirla, c'è un'emergenza. Un signore di origine tunisina che risiede da anni a Milano ci porta verso una coppia a pochi metri dal portone ufficiale del Memoriale, ovviamente chiuso a quell'ora di sera. In piedi c'è una coppia di ragazzi, "vengono dal campo di Yarmuk, a Damasco, sono siriani-palestinesi". Il nome di quel luogo mi fa ricordare le notizie di terribili carneficine che ho letto qualche mese fa.  Sono marito e moglie, forse vent'anni ciascuno, lui protettivo e lei dolorante. Il medico arabo che visita e segue tutti gli ospiti del centro, ascolta il problema della ragazza, sono giorni che fa fatica a camminare a causa di una possibile infiammazione ai pedi, lo sforzo. Maryan e il medico e due altre persone di diversa origine si consultano e arrivano subito ad una decisione. I due ragazzi avranno una corsia preferenziale, mangeranno e dormiranno al centro e l'indomani si dovranno registrare presso le autorità. "Roberto è della comunità ebraica", Maryan mi presenta a tutti e tutti mi sorridono e mi tendono la mano con serenità.  I due ragazzi vengono portati dentro il centro. Tutto scorre con tale perfezione che il meccanismo sostituisce la percezione della tragedia in corso.

"I profughi arrivano ad ondate, questa dall'Eritrea, quella precedente era dalla Siria, famiglie intere con bambini", mi spiegano, "dalla Siria gli arrivi si sono ridotti per gli accordi internazionali in corso con la Turchia, i profughi rimangono in campi di paesi vicini alla Siria. Siamo attentissimi a seguire i profughi dal punto di arrivo dei treni in stazione per evitare che vengano presi di mira e diventino preda di personaggi furbi, noi li orientiamo affinché non accada".

"Avrei voluto ascoltare le loro storie ma sono solo ragazzi", dico a Maryan e ai responsabili, "Sì, sono bambini e ragazzi, ma ne hanno passate tante che un adulto non vede nella vita intera, alcuni hanno parenti in altri paesi d'Europa", mi spiegano. La prossima volta.

Non esiste questione a cui i preparatissimi responsabili di questo centro non sappiano rispondere e non esiste difficoltà che non sappiano gestire. Per i profughi dalle tirannie e dalla guerra, il Memoriale offre un punto di partenza per una vita diversa.

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"Guarda, le stelle cadenti..." diceva ieri sera un ragazzino ai suoi genitori allo Star Party che il nostro gruppo di astrofili ha organizzato in un planetario naturale alle porte di Milano, cinquecento persone a cui abbiamo mostrato con i nostri telescopi Giove, Saturno e la Luna. "Vorrei essere capace di fotografare una meteora e magari dedicarla ai ragazzi del Memoriale", ho detto ai miei amici sapendo che era quasi impossibile data la velocità degli oggetti e i cieli luminosi della metropoli. "Ciao Roberto, dammi la tua macchina fotografica e il cavalletto, te le riprendo io", la voce inattesa di un astronomo israeliano che poco dopo mi dice di esserci riuscito. Il desiderio è che un giorno diventati adulti e strappati all'indifferenza grazie al soccorso del Memoriale, i ragazzi diventino scienziati e ricercatori e creino strutture astronomiche e scientifiche nella libertà. E una sera saranno anche i loro figli a dire ai genitori :"Guarda, le stelle cadenti..."

sabato 12 agosto 2017

Frosinone: in vacanza con gli amici


Riceviamo da Paola Mignardi e volentieri pubblichiamo:

Nella bellissima cornice della Fonte di Fiuggi, la Comunità di Sant'Egidio di Frosinone ha 
trascorso un pomeriggio sereno in un clima familiare con gli amici della mensa, della stazione, gli anziani e i giovani per la pace.
Bastano poche ore in amicizia per trasformare l'estate di chi è solo in un momento di gioia. 
Tanti giochi, una ricca merenda, una passeggiata nel parco con il trenino, un gelato, balli, musica... e siamo amici tuoi!
La felicità dei bambini e ragazzi presenti è stata premiata coi giochi donati da un benefattore.
Al termine della giornata, sul pullman che li riportava a casa, tutti hanno raccontato la loro giornata di vacanza, esprimendo la speranza di ripeterla presto. Tutti hanno ricevuto qualcosa da questa "vacanza", anche le persone che non erano presenti, ma hanno voluto contribuire con generosità, come i dirigenti e il personale della Fonte Fiuggi che ci hanno accolto con simpatia.
La solidarietà ha tante mani, tanti occhi, tanti cuori, che aiutano a far crescere l'amicizia e a costruire il dialogo tra generazioni e culture diverse per un mondo più umano. 

lunedì 7 agosto 2017

Napoli, cocomero e amicizia per resistere al caldo e alla solitudine

Festa d'estate per i clochard di Napoli | VIDEO

Tradizionale appuntamento per i senza fissa dimora di Napoli quello della cocomerata d'estate organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio. Duecento "amici di strada" hanno affollato il piazzale della chiesa di San Severino e Sossio, a largo San Marcellino, per partecipare al pranzo offerto dai volontari. Bibite fresche, pasta, contorni, dolci e, ovviamente cocomero CONTINUA A LEGGERE E GUARDA IL VIDEO SU NAPOLI TODAY >>