lunedì 18 luglio 2016

Dopo una vita per strada, finalmente una nuova casa per Gilda!

Avete mai avuto un sogno che pensavate irrealizzabile? Avete mai visto una meta che credevate irraggiungibile? Avete mai assistito ad un miracolo?
Gilda sì, e con lei anche gli universitari e i giovani della Comunità di Sant'Egidio di Roma.

Per tanti anni Gilda aveva vissuto nella sua casa alle porte di Roma, insieme al marito Mimmo e ai figli. Ma la vita a volte riserva sorprese dolorose e una complicata situazione familiare ha costretto Gilda e il marito a lasciare la casa e vivere lunghi anni per la strada. 

Per anni Gilda, prima tra i cartoni alla Stazione Termini, poi dentro un camper, ha sognato un letto vero e delle lenzuola di flanella calde per l'inverno, un tavolo per pranzare ed una poltrona per riposare, un bagno e una doccia per poter togliere via la stanchezza della giornata, delle finestre per far cambiare l'aria  e un frigo per tenere in fresco l'acqua, una porta da sbarrare prima di andare a dormire e un posto sicuro nel mondo.
Abbiamo conosciuto Gilda nel momento di massima difficoltà. Siamo diventati amici, e il suo sogno è diventato anche il nostro.

Dovevamo riportarla a casa, per ridarle il tepore di un salotto perché d'inverno a largo Passamonti, dove viveva, c'è molta umidità e fa troppo freddo, mentre d'estate batte sempre il sole e non si riesce a respirare.
Dovevamo riportare Gilda a casa per darle un posto più sicuro, perché da quando suo marito Mimmo non c'è più, lei in quel camper c'è rimasta da sola.
Dovevamo riportare Gilda a casa perché non si può vivere una vita intera per la strada.
Dovevamo riportare Gilda a casa... e alla fine ce l'abbiamo riportata!

La casa era rimasta vuota, ma praticamente distrutta: pareti da buttare giù, impianti da installare, pavimenti da impiantare, mobili da comprare...
Gli universitari di Sant'Egidio si sono messi al lavoro: due mesi intensi, studenti improvvisati muratori, ma anche l'aiuto di donatori generosissimi, di elettricisti professionisti, e poi il lavoro generoso e gratuito dello Studio Bonforte, che ha ideato un progetto di ristrutturazione rapido e poco oneroso.

Alla fine il miracolo si è compiuto e ora Gilda vive nella sua casa!

Domenica 17 luglio all'inaugurazione eravamo in tanti, commossi e felici: oggi Gilda è come rinata e si è ripresa quella dignità che la strada le aveva tolto.
Sì, perché tornare in una casa dopo anni di vita in strada è un po' come tornare a vivere.



lunedì 11 luglio 2016

Gianni Morandi con i detenuti di Poggioreale

"Oggi sono stato a trovare i detenuti nella casa circondariale 'Giuseppe Salvia'. Ho trascorso un paio d'ore cantando e conversando con loro.  E’ stata un’esperienza molto toccante. Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà".

Gianni Morandi
È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. ando con loro.
È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà.

da "Il Mattino" del 22 giugno 2016


Il carcere di Poggioreale come una piazza di un paese dove si tiene un concerto di inizio estate. Appena Gianni Morandi entra nella chiesa del penitenziario, i detenuti presenti si alzano in piedi e scoppia un fragoroso applauso. E subito si crea un feeling tra il cantante bolognese e i carcerati. 

Sono in duecento e provengono dai padiglioni Italia, Livorno e Firenze. Molti sono napoletani, qualcuno è straniero, tantissimi i giovani. Morandi intona «Se perdo anche te» e l'atmosfera subito si surriscalda. Interloquisce con i ragazzi, li chiama sul palco per cantare con lui o per eseguire un brano a richiesta. Vincenzo di Scampia, 31 anni e tre figli, chiede di cantare «In ginocchio da te». «A chi la vuoi dedicare?», gli chiede il cantante. «A mia moglie - risponde il giovane - mi diceva di andare a lavorare ed io non ci sono andato, e oggi sono in galera». «Ma come fai a conoscere questa canzone - replica Morandi - mica hai 70 anni?». E poi aggiunge: «Al mondo non esiste chi non ha sbagliato almeno una volta»
Poi il concerto continua con «Un mondo d'amore» e «Vita». «Vita in te ci credo, le nebbie si diradano», dice il testo della canzone. A Poggioreale, per un pomeriggio, le nebbie che si diradano sono quelle dell'isolamento. Tutti cantano, anche gli operatori penitenziari presenti e i volontari della Comunità di Sant'Egidio che ha organizzato l'evento. 
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando sorride soddisfatto. Quest'anno, per la prima volta nella storia del carcere, in prima fila accanto a lui e al direttore Antonio Fullone, siedono anche i carcerati. È una vera rivoluzione. «Il carcere non è un luogo estraneo alla società civile», afferma il Guardasigilli. 
Morandi vuole conoscere le storie di ciascuno, che cosa li ha portati in carcere, fa tante domande ai detenuti: «Quanto tempo devi stare ancora qui? Fuori hai delle persone che ti vogliono bene? Ma una faccia così simpatica come la tua, cosa può aver fatto di male?». E ancora: «Ti viene a trovare tua moglie, ti porta un regalo?». E l'uomo risponde che i figli sono il regalo più bello. «Ma guarda che sono una responsabilità», gli ricorda l'artista. 
Nella platea si intrecciano storie di dentro e di fuori, del carcere e fuori. Un giovane chiede di dedicare «Solo insieme saremo felici» a una cugina che vive a Latina e che lo aspetta quando uscirà. Un altro detenuto rivela che solo lo scorso 5 maggio ha incontrato Morandi in una trattoria di via Tribunali e il cantante ha dedicato una canzone al figlio che compiva gli anni. «E ora dice con amarezza - sono qui». 
Il legame tra Napoli e Morandi è profondo e antico. È cominciato quando il giovane Gianni, già una star nazionale, girava i film musicarelli negli anni Sessanta, vestito da militare, e quando teneva i concerti alla Sanità dove alla fine per salutarlo tutti sventolavano i fazzoletti. Ma è stata anche l'amicizia con Lucio Dalla, che gli raccontava della passione e dell'allegria dei napoletani, a legarlo ancora di più alla città. E quando intona «Caruso», è tutto un coro che canta commosso. Così come sull'accenno a «Quando» e a «Napul'è» di Pino Daniele. 
Poi è la volta de «Il padrino» e dell'omaggio a Rota: il pubblico accompagna la melodia della canzone, la musica sembra riuscire a sciogliere la durezza di vite difficili, e «ci aiuta a stare insieme», aggiunge Morandi. 
«Uno su mille» è la canzone della risalita, di quando si sta a terra nella polvere e non si vede via d'uscita. Un inno alla vita e alla speranza che chissà quante volte i carcerati hanno cantato in cuor loro. Un Pulcinella di terracotta è il regalo che il cantante si porta via per ricordare questa giornata particolare. 
Il concerto, dopo quasi due ore finisce. Un gelato al limone offerto dai volontari rinfresca e rende meno triste il rientro in cella. Morandi saluta uno per uno i detenuti, stringe le mani a tutti e si fa fotografare con loro. All'uscita del portone del carcere chiede se anche chi viene scarcerato varca quella porta. E si fa ritrarre mentre esce, immedesimandosi in uno di loro. Sicuramente gli saranno tornate in mente le parole della sua canzone, «perché al mondo no, non esiste nessuno che non ha sbagliato una volta».


Antonio Mattone

martedì 21 giugno 2016

"Ho imparato a dare il meglio di me in Comunità". Grazie Elard!

Oggi a Blantyre, in Malawi, tanti fratelli e sorelle della Comunità di Sant'Egidio si raccoglieranno per dare l'ultimo saluto a Elard Alumando, il cui funerale sarà celebrato da mons. Vincenzo Paglia. Ricordiamo il nostro caro fratello Elard, con un suo intervento tenuto a un convegno  della Comunità di Roma nel 2009.
"Sono nato in un paese del Sud del Malawi, dove vivono tanti musulmani e la mia famiglia era una delle tre famiglie cristiane. Ho incontrato la Comunità di Sant'Egidio nel 1999. Subito sono stato stupito dalla forza del Vangelo, soprattutto nel modo in cui si manifesta nella Comunità. Penso al potere di essere capaci di vivere insieme in amicizia, alla cultura del convivere nonostante le nostre diversità di colore, il fatto che apparteniamo a diversi gruppi etnici e perfino a differenti paesi. Tutti siamo un solo popolo riunito dalla forza dell'amore del Signore.
Non cessa di stupirmi come sia possibile stare in comunione come se non ci fosse bianco, nero o asiatico. Viviamo e lavoriamo insieme in un solo popolo. Io lavoro con il progetto DREAM per la cura dell'Aids in Africa, come responsabile nazionale. E lì ogni giorno vedo come sia possibile decidere e fare insieme ogni cosa, africani e europei, per salvare la vita di tanti malati. E' un sogno che si sta realizzando: Andrea Riccardi lo ha chiamato Eurafrica, africani ed europei insieme per cambiare il mondo. E' un grande dono questa unità che non conosce differenze per la ricchezza, per l'educazione, per l'età.
E' questo il dono che ho ricevuto da Dio gratuitamente. La bellezza di avere tanti fratelli e sorelle non di sangue, che ti sono così cari e ti amano anche di più. Mi sento a casa sempre quando sto qui a Roma e mi sento rassicurato quando sto con i fratelli e le sorelle della Comunità. La famiglia della Comunità è fatta di persone diverse, con culture diverse, e per questo ci unisce un legame ancora più forte.
Nessuno vuole vivere per sempre in condizioni di povertà. Tutti vogliamo avere una vita bella e questa è la ragione per cui in tanti lasciano l'Africa alla ricerca di un futuro migliore. Effettivamente l'essere nati in Africa è considerata una sfortuna, quasi una cattiva sorte. Ma cosa possiamo fare? Certamente il primo pensiero è di emigrare verso l'Occidente. Chi vorrebbe vivere in un paese in cui la povertà è aggravata dalla corruzione e dall'avidità? Dove ognuno pensa a se stesso e non si interessa mai della sofferenza degli altri? Ed è difficile trovare lavoro, anche se hai terminato gli studi con risultati ottimi, anche se sei laureato? Per questo anche io non avevo mai pensato di vivere tutta la mia vita in Malawi. Sono andato a scuola sempre con il pensiero che appena finito di studiare sarei andato via.
La Comunità veramente mi ha fatto capire tanti orizzonti della vita e del mondo che prima non mi sembravano importanti. Restare in Africa... ma a fare che? Tutti i giovani se ne vanno per trovare una vita bella. E io? Ma la Comunità mi ha dato una risposta: sei tu a cambiare il mondo. Sei tu il futuro dell'Africa. E se te ne vai, chi prenderà il tuo posto per dare la vita a tanti? Chi sarà lì a insegnare la nuova cultura del convivere? La cultura dell'amore e del Vangelo con una mentalità tutta cambiata, che non guarda soltanto alla ricchezza ma alla parola del Signore e la mette in pratica. Così ho imparato a dare il meglio di me in Comunità.
La Comunità mi ha amato, mi ha dato una nuova dignità e mi ha aiutato a comprendere il valore di vivere nel mio paese, per poterlo cambiare. Ho capito che non è necessario emigrare, andando in Sudafrica o a Londra - dove sta mio fratello - e avere più soldi per cambiare la vita. Sant'Egidio mi ha aiutato a vedere la dignità del popolo africano. Mi sto rendendo sempre più conto che posso lamentarmi per la mancanza di ricchezza, ma la ricchezza non può farmi felice. E' una grazia per me che la Comunità mi ha insegnato a vivere l'economia del dono e la gratuità.
Con la Comunità ho capito che la vita è là dove pensiamo sia solo l'inferno. La Comunità ci insegna una nuova cultura, la cultura di uomini e donne del Vangelo. Una cultura che è un dono, che abbiamo ricevuto gratuitamente e dobbiamo dare pure gratuitamente. Dobbiamo essere orgogliosi di questa cultura. Una cultura di donne e uomini senza pregiudizi ma pronti ad accogliere tutti. Non dimentichiamo che le nostre città hanno bisogno di questa cultura. E noi possiamo proteggerla. La nostra preghiera la protegge. Io voglio cominciare ogni giorno con la Parola del Signore, così posso essere protetto, posso continuare a seguire questo cammino con la forza dell'amore e vivendo profondamente dentro la cultura dell'amore. Perché è solo attraverso questo percorso che io posso essere capace di vivere in unità con altri, con amore e tenerezza.

lunedì 20 giugno 2016

Festa della "Casa Amica" di via Quattroventi


Sabato 18 giugno, in una calda giornata primaverile, a Viale Quattroventi (zona Monteverde a Roma) si è svolta una festa particolare. Una festa d’inclusione per vincere la solitudine e il pregiudizio.

Infatti i residenti disabili della “Casa Amica” della Comunità di Sant’Egidio, hanno organizzato una grande festa per tutto il quartiere proprio nel giardino della loro casa. Hanno aperto le porte a tutti. 
Più di 100 persone fra disabili, stranieri, rom, anziani, bambini, giovani, hanno passato un bellissimo pomeriggio di festa e amicizia, con musica dal vivo, balli e buon cibo.

Una festa che veramente ha coinvolto tanti; dal parroco della parrocchia di San Giulio, don Dario, al presidente della cooperativa H Anno 0, Maddalena Maggi ai vicini di casa e i negozianti del quartiere 

Insomma una festa in cui la parola d’ordine era AMICIZIA!

Gabriele Rigano, della Comunità di Sant’Egidio, rivolgendo un saluto di ben venuto ha detto:  “La nostra casa vuole essere un luogo aperto nel quartiere, un luogo di incontro. E' il miracolo dell'amicizia in cui si confonde chi aiuta e chi è aiutato.  La nostra casa vuole essere un ponte in cui si incontrano persone che normalmente non si incontrano, un luogo di amicizia e di serenità nel nostro quartiere. Un luogo in cui si ricostituisca quel tessuto di convivenza spesso messo a dura prova nei quartieri delle nostre città dalla solitudine, dall'indifferenza e dalle spinte verso la paura e la diffidenza per chi è considerato diverso. A tutto questo rispondiamo con più solidarietà, amicizia e accoglienza e soprattutto con una gran voglia di fare festa“.

 

Diego Romeo





venerdì 3 giugno 2016

Oltre l'emergenza: istituzioni e società civile, un progetto per chi non ha casa

E' stata presentata nei giorni scorsi una convenzione tra il Comune di Civitavecchia, la Comunità di Sant'Egidio e la Croce Rossa Italiana, che prevede una serie di interventi di sostegno ai senza dimora. Il provvedimento, possibile grazie a un importante impegno economico da parte dell'amministrazione di Civitavecchia, garantirà l'accoglienza e la fornitura di pasti caldi a circa 40 senza tetto, residenti nel territorio comunale
Come riporta www.trcgiornale.it, in una conferenza stampa nell'Aula Cutuli, la vicesindaco Daniela Lucernoni, insieme al nuovo commissario della Croce Rossa Roberto Petteruti e a Massimo Magnano, medico e responsabile della Comunità di Sant'Egidio, hanno spiegato nel dettaglio i particolari della convenzione e i risultati che auspicano di raggiungere in città. Petteruti ha evidenziato il profilo sociale dei senza dimora, persone in cui la mancanza della casa si accompagna, spesso, a solitudine, disagio psichico o ad un passato segnato dal carcere. "Vogliamo che in questa città - ha dichiarato Massimo Magnano - ci si occupi e preoccupi del bene comune, specialmente dei meno fortunati. I nostri percorsi di assistenza prevedono pernottamenti, forniture di pasti e progetti educativi per anziani, giovani, persone con disagio psichico e, da qualche mese, per i senza dimora". 
Come si legge in www.civonline.it, la vicesindaco Luccheroni, esprimendo la soddisfazione dell'amministrazione per i risultati raggiunti, ha affermato“E' una convezione davvero sperimentale, che ci permette di operare assieme a due importanti realtà nazionali, presenti sul nostro territorio, in modo più strutturato e sinergico per arginare la povertà e il disagio grave a Civitavecchia”
La decisione del Comune di Civitavecchia rappresenta davvero un modello di come gli enti locali possono affrontare la sfida della povertà. Alla vigilia delle elezioni amministrative in tanti comuni italiani, la redazione di "Amici dei poveri" non può che auspicare che i nuovi sindaci seguano l'esempio di Civitavecchia.